
C’è una favola africana che rispecchia non solo il senso del mio lavoro, ma anche il mio modo di essere e stare al mondo. Racconta di un incendio nella foresta: tutti gli animali fuggono, mentre un colibrì continua a volare avanti e indietro, portando nel becco minuscole gocce d’acqua. Gli altri lo osservano, increduli, e gli chiedono cosa stia facendo. Il colibrì risponde: “Faccio la mia parte”.
Questa risposta, così semplice, contiene per me una forma di verità che va oltre il progetto.
È una posizione esistenziale prima ancora che professionale.
Nel mio lavoro — che attraversa architettura, design, colore, arte, storia e insegnamento — non riesco a separare ciò che faccio da ciò che sono. Il modo in cui progetto, insegno, analizzo o intervengo nello spazio è profondamente legato al modo in cui guardo, ascolto, scelgo.
Essere come il colibrì, per me, significa questo: non sottrarsi.
Non aspettare le condizioni perfette, il progetto ideale, l’occasione “grande”. Ma agire dentro ciò che c’è, con attenzione, con misura, con responsabilità.
Questo vale quando progetto uno spazio, ma anche quando lavoro sul colore, quando studio un’opera, quando costruisco una lezione.
Ogni gesto — dal più semplice al più complesso — diventa parte di un’unica esperienza.
L’architettura, allora, non è solo costruzione ma relazione. Il design non è solo forma, ma presa di posizione. Il colore non è solo superficie, ma linguaggio. La storia non è solo passato, ma strumento per comprendere e agire nel presente. E l’insegnamento non è solo trasmissione di contenuti, ma è l'incisione, nell'anima e nella mente, di valori educativi che travalicano la pura istruzione.
Non è importante l’effetto immediato ma la qualità del processo. Non l’eccezionalità del singolo intervento, ma la continuità di un modo di operare. Non i gesti eclatanti ma la precisione e la sincerità di quelli quotidiani.
Ogni scelta -umana o progettuale- implica una responsabilità: verso le persone, verso i luoghi, verso ciò che esiste già. Significa decidere se imporre o dialogare, se semplificare o banalizzare, se aggiungere o rivelare. In questo senso, anche il gesto più piccolo ha un peso.
Un dettaglio progettato con cura, una scelta cromatica consapevole, una parola detta nel momento giusto a uno studente, un collegamento inatteso tra epoche e linguaggi: sono tutte gocce d’acqua. Singolarmente minuscole, ma capaci, nel tempo, di costruire qualcosa.
La favola del colibrì è un invito alla alla partecipazione, alla presenza.
In un’epoca che spinge verso la velocità, la visibilità e la semplificazione, scegliere di rallentare, di osservare, di lavorare per stratificazione e profondità è soprattutto una scelta di vita. Prima ancora che di progetto.
Come il colibrì, non posso spegnere l’incendio da solo.
Ma posso continuare a fare la mia parte, ogni giorno, nel modo in cui progetto, insegno, studio e vivo.
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Anno: 2026
Testo: Roberta Canestro
Immagine: Ernst Haeckel (1904)
